Usa e getta, getta e usa. Eppure c’è ancora chi porta le sue scarpe dal calzolaio. Le ha consumate ma non intende disfarsene. Forse è riconoscenza. Quelle scarpe gli hanno fatto compagnia per migliaia di ore e milioni di passi. Scarpe oneste: non gli hanno mai fatto male.

Scarpe robuste: non gli hanno mai fatto sentire i sassi e le piccole e grandi asperità del terreno. Scarpe comode ma non troppo, insomma non delle pantofole, perché la scarpa che fa per intero il suo dovere non deve negare al piede il piacere, alla sera, di sfilarsi e respirare con un oooh di piacere.

Il calzolaio sa tutto questo. Lo sa benissimo. E così, a sua volta, tratta la scarpa usata e consumata con riconoscenza. Non è un oggetto qualunque. Tra la scarpa e chi l’ha indossata a lungo s’è creato un legame speciale e il calzolaio ha il compito di prolungarlo. Quel legame non deve interrompersi. Il padrone della scarpa passa dalla bottega, sempre un po’ buia e dall’aroma intenso di cuoio e vernice, e ritira le sue scarpe con un sorriso. Il calzolaio non si limita ad aggiustare, no. Il calzolaio fa sì che i legami si prolunghino. Nella sua bottega non consuma ma produce.

È un pericoloso sovversivo che combatte la modernità liquida. E se fabbrica una scarpa nuova, è una scarpa per sempre.

credits : Umberto Folena, “Gocce. 77 sorrisi quotidiani”, Edizioni della Goccia, 2016, pag. 33.

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