E’ da molto tempo che la moda maschile rimescola un mazzo di carte messo insieme alla fine del XVIII secolo nell’Inghilterra borghese e già capitalista. Esportato su scala europea assieme alla formula vincente della sua moderna struttura sociale e del suo liberismo, e poi su scala mondiale con i commerci e le baionette della grande avventura imperialistica, il modello inglese di eleganza ha imposto le sue regole anche grazie alle gesta e al pensiero di figure esemplari: da Lord Brummell a Lord Byron, da Disraeli a Oscar Wilde, da Max Beerbohm al duca di Windsor.

Trecento anni non sono tantissimi ma sono stati sufficienti per costruire un mito. In confronto al mito così resistente dello stile inglese, i trascorsi trent’anni e passa di leadership internazionale degli italiani in fatto di produzione di abbigliamento classico maschile sembrano poca cosa. Si sono resi evidenti sul piano dell’economia ma meno su quello della cultura.

Sono maturi i tempi perché si passi a tradurre l’ormai radicata leadership del Made in Italy dal piano della cultura artigianale dell’abbigliamento e della calzatura maschile di qualità a quello della cultura dell’eleganza maschile tout court, e perché si legittimi, nell’immaginario collettivo mondiale, un livello di riconoscimento più profondo di quello raggiunto grazie al merito grandissimo ma individuale di alcuni suoi straordinari stilisti.

Sono molti gli italiani che si fanno confezionare abiti in “fumo di Londra”, su cui indossano trench e scarpe Oxford ma che, a spasso per Regent Street o in qualsiasi altra capitale del mondo, sonoper quello che in effetti sono, e cioè italiani. È, infatti, il modo di portarli, le circostanze in cui si mettono, il loro abbinamento con altri capi che parla inequivocabilmente italiano.

Tutti questi pensieri ed altro ancora vanno a Davide che nel derby fra eleganza inglese ed italiana ha trovato per ora un suo personale equilibrio: scarpe fatte a mano in Italia ed automobili inglesi.

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