Il dandy crea la propria unità con mezzi estetici. Ma è un’estetica della singolarità e della negazione. “Vivere e morire davanti ad uno specchio”, era questo, secondo Baudelaire, il motto del dandy. In realtà è coerente.
Il dandy, per sua funzione, è un oppositore. Non si mantiene se non nella sfida. Fino a quel momento, la creatura riceveva la propria coerenza dal creatore. Dacchè consacra la propria rottura con lui, eccola in preda agli istanti, ai giorni che passano, alla sensibilità dispersa. Bisogna che si riprenda in mano.
Il dandy si raccoglie in se stesso, si sfoggia un’unità, per la forza stessa del rifiuto. Dissipato in quanto persona priva di regola, sarà coerente in quanto personaggio. Ma un personaggio suppone un pubblico; il dandy non può porsi se non opponendosi. Non può assicurarsi della propria esistenza se non ritrovandola nel volto degli altri. Gli altri sono specchio. Specchio presto offuscato, è vero, perché la capacità d’attenzione dell’uomo è limitata.
Dev’essere continuamente risvegliata, aizzata dalla provocazione. Il dandy è dunque costretto a destare sempre stupore. Sua vocazione è la singolarità, suo perfezionamento un perenne andare oltre. Sempre in situazione di rottura, ai margini, forza gli altri a crearlo, negando i loro valori. Recita la propria vita, poiché non la può vivere. La recita fino alla morte, fuorché negli istanti in cui è solo e senza specchio.
Essere solo, per il dandy, equivale a non essere niente. […]

tratto da “L’uomo in rivolta – la rivolta dei dandies” di Albert Camus

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